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Senso di colpa e disturbi alimentari

Il senso di colpa, assieme alla vergogna, è l’altra emozione che affligge chi soffre di disturbi del comportamento alimentare e, come la vergogna non è un’emozione radicata nel corpo che ha origine da un’esperienza di dolore o di piacere, ma ha origine dal contesto culturale e dai valori che sono presenti in una certa cultura. Infatti, non si trova in nessun altro animale vivente!

Il senso di colpa: responsabilità o negazione del Sé?

Lowen nel suo libro “Il Piacere” esplora in modo approfondito i sentimenti di colpa e vergogna e delinea un processo di costruzione di queste emozioni che, se regolato in modo adeguato, porta alla costruzione del senso di responsabilità. E’ il senso di colpa costruttivo, grazie al quale i valori diventano princìpi morali e codici di comportamento che i genitori insegnano a ogni figlio facendoli diventare parte della struttura egoica del bambino.

Ma quando diviene distruttivo fino a generare patologie gravi che vanno dalle nevrosi alle psicosi?

Poche iniziali parole tratte dal testo di Lowen ci aiutano ad entrare nel vivo delle problematiche delle pazienti con DCA(abbraviazione di Disturbi del Comportamento Alimentare), e non solo: “I sensi di colpa e di vergogna obbligano la persona ha sostituire i valori corporei con quelli egoici, la realtà con le immagini e l’amore con l’accettazione. L’energia viene investita nel tentativo di realizzare un sogno che non diventerà mai realtà perché si basa sull’illusione. L’illusione è che il benessere e il piacere dipendono unicamente dalle reazioni e risposte dell’ambiente” (Il Piacere, 1984).

Questa descrizione corrisponde al percorso evolutivo delle pazienti che entrano nei nostri studi per la cura dei disturbi alimentari, ossessionate da colpa e vergogna sulla propria identità sbagliata.

Ma come nasce il senso di colpa?

“Il senso di colpa nasce quando si dà un giudizio morale negativo a una funzione del corpo che non si trova sotto il controllo dell’Io e della mente cosciente” (ibidem).  “Il primordiale senso di colpa nasce dalla sensazione di non essere amati” dice Lowen”, e “l’unica spiegazione che il bambino può dare di questo stato di cose è quella di non meritare l’amore”.

Nelle storie delle pazienti con DCA è evidente un totale rifiuto e repressione di sentimenti ed emozioni naturali quali rabbia, desiderio sessuale, eccitazione, come risposta ad un giudizio morale negativo da parte dei genitori o della società, introiettato nel corso dello sviluppo.

Presente è solo la paura! La mente cosciente si rivolta così contro il corpo e lo zittisce per reprimere le emozioni inaccettabili. Il controllo serrato del cibo e del peso corporeo diventano l’unico territorio in cui la persona può vivere il proprio senso di unità, illusorio, che le permetta di reggere a questa separazione. Mangiare significa tradire se stessi e perdere l’unica possibilità di restare integri e relazionarsi con il mondo.

Il circolo vizioso della colpa nei DCA

“Non posso farlo, non posso mangiarla, tradirei me stessa!”. “Ho fallito….mi sento in colpa”. Imporre a se stessi una dieta rigida, stigmatizzando eventuali trasgressioni, è l’unico obiettivo di vita per chi soffre di questo disturbo, dal versante anoressico a quello bulimico. L’obiettivo è lo stesso, il risultato anche: l’alternanza di atteggiamenti restrittivi con crolli e perdite di controllo. In un versante, quello bulimico, senza via di ritorno; nell’altro, anoressico, con la ripresa di restrizioni ancora più serrate. Il vissuto emotivo identico: l’insorgenza del senso di colpa per la non adempienza alle proprie prescrizioni. Dunque un circolo vizioso in cui la persona, per reggere il peso della colpa del proprio sentire, alterna momenti di restrizione alimentare con altri di perdita di controllo e successiva colpa che porta allo sviluppo di pensieri e comportamenti perpetuanti il disturbo stesso.

Il senso di colpa come auto-condanna

images aliceNella vergogna il nucleo centrale nella relazione con il mondo abbiamo visto essere lo sguardo ed il senso di inadeguatezza sempre presente. Nella colpa il giudizio morale negativo si esprime rispetto al “sentire”. Tutti i sentimenti possono essere giudicati negativamente: il desiderio sessuale, l’ostilità, l’eccitazione, vengono di solito giudicati come negativi o eccessivi dai genitori e dalla società. Il bambino quindi può sviluppare un giudizio talmente negativo su di Sé da reprimerli del tutto e sentirsi totalmente inadeguato ed indegno quando prova anche solo un accenno di tali emozioni. L’unica via di salvezza….non sentirli mai più! E qui si opera la separazione mente-corpo, che nel disturbo alimentare trova una soluzione estrema nel condannare se stessi a non provare alcun desiderio controllando quello più vitale e naturale: la fame.

Dalla colpa inconscia alla consapevolezza del Sé

Nel lavoro terapeutico l’obiettivo è l’interruzione dei circolo viziosi sia organici – restrizioni, perdite di controllo, compensazioni, restrizioni – sia psichici – vergogna, colpa. Per liberarsi dal senso di colpa, ci ricorda Lowen, “bisogna riportare la colpa a livello conscio, come un senso che non si sente.” La carica del senso di colpa è infatti molto elevata, al punto di governare l’intera vita della persona. Questo perché deriva dall’emotività naturale. Quando un’emozione è espressa appieno e viene dato libero sfogo all’eccitazione, ci si sente bene. Quando non viene espressa l’eccitazione residua “non scaricata”, lascia un profondo senso di malessere. In terapia quindi lavoriamo per “eliminare i sensi di colpa e ristabilire l’integrità della persona” ed essendo la colpa un auto-condanna ecco che può essere superata con l’auto-accettazione. Accedere pian piano alla consapevolezza del sentirsi in colpa di “essere ciò che provo” permette di liberarsi lentamente di un’emozione costruita come una gabbia attorno al vero Sé. Il lavoro è molto lento, e prima di poter accedere al lavoro corporeo bisogna navigare nei territori della colpa e della vergogna assieme….paziente e terapeuta, senza fretta di approdare in alcun luogo. Un viaggio di scoperta…in cui navigare a vista.

Una strada verso la guarigione: dalla colpa alla tristezza

“Oggi mi sento triste…..” una delle principali conquiste nel corso di un percorso di cura con pazienti anoressiche e bulimiche è sentirgli dire frasi come queste. Per tutte le persone in terapia il contatto con la propria tristezza rappresenta un punto di arrivo verso il contatto con Sé e un punto di partenza verso l’esplorazione del proprio mare emotivo. Nei DCA, dove tutto è congelato e la persona si esprime solo attraverso il controllo delle emozioni, oppure i sentimenti di colpa e vergogna quando questo viene perso, questa frase “oggi mi sento triste” è un traguardo che apre a nuovi scenari terapeutici.

Lowen così si esprime sul sentimento di tristezza: “Percepire la propria tristezza significa riuscire a percepire tutte le emozioni, cosa che riporta l’individuo a una condizione umana in cui il piacere e il dolore rappresentano i principi che regolano il suo comportamento. Essere capaci di sentirsi tristi significa essere in grado di sentirsi felici”. (Il Piacere)

a cura di Silvana Nozzolillo Foto di ©click_theater

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