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Pressione alta? Ecco qualche idea…

IPERTENSIONE ARTERIOSA ovvero …Ipercontrollo delle emozioni per mezzo della negazione, della banalizzazione, della razionalità.


Per poter controllare maggiormente la realtà, il cervello ha bisogno di più ossigeno e di energie, per mezzo della maggior forza di propulsione del cuore, ma nello stesso tempo la massa sanguigna deve essere tenuta sotto controllo attraverso la maggior tensione della parete delle arterie, questo provoca anche una maggior rigidità della parete arteriosa parallela alla rigidità caratteriale.


Ipertensione arteriosa


Ricerche epidemiologiche hanno comprovato che l’ipertensione è più frequente tra gli abitanti delle città che tra quelli delle campagne tra le classi meno abbienti, e, negli USA, più ricorrente tra i neri che tra i bianchi, tra gli uomini che tra le donne. Inoltre i soggetti emigrati da regioni rurali a regioni urbane presentano più spesso ipertensione rispetto a coloro che hanno sempre abitato in città.
Nell’Africa del sud ovest l’ipertensione è molto diffusa ed è più frequente nei Bantù, dove provoca delle complicanze più frequenti che in Europa.


È possibile che una predisposizione ereditaria ipertensiva latente sia resa manifesta da fattori di mutamento o per delle situazioni di stress cronico per esempio di origine sociale.
Alcuni autori hanno messo in evidenza l’associazione dell’ipertensione con l’ansia, la tensione nervosa, la paura, la collera, l’ostilità.
Ricordiamo che alcuni fattori nutrizionali (sale) giocano indubbiamente un certo ruolo e che è stata espressa l’opinione che una parte dell’ipertensione degli anziani sia da addebitare alle loro difficoltà di adattamento e non solo all’arteriosclerosi.
L’ipertensione è un fenomeno che può prodursi nella sperimentazione animale nelle condizioni di minaccia del territorio o dello spazio sociale.
Questo stesso tipo di sperimentazione ha anche mostrato che delle popolazioni di topi di allevamento fin dall’inizio messe in condizioni di grande competitività e conflitto sono più suscettibili di avere delle pressioni arteriose più elevate rispetto alle popolazioni di controllo.

È lecito ritenere che:

• l’ipertensione sia un’esagerazione delle normali reazioni di tensione;
• si manifesti in persone predisposte a reagire in tal modo a conflitti con persone significative, su una base geneticamente determinata o condizionata dall’ambiente;
• tali individui presentino un’inibizione delle loro tendenze aggressive;
• per tale motivo l’ipertensione sia promossa da situazioni ripetitive di conflitto che richiederebbero la mobilitazione dell’aggressività;
• l’ipertensione maligna risulti fortemente accelerata in situazioni foriere di aggressività (gli studi di Reiser hanno mostrato che una psicoterapia di sostegno può mutare il decorso della malattia trasformando l’ipertensione maligna in benigna).

Tale constatazione concorda con altri studi stando ai quali l’iperteso manca di sicurezza, si sente sempre minacciato, è sempre pronto a difendersi, ma non si permette mai di manifestare quell’aggressività che tuttavia gli sembra necessaria.
Vive in una situazione di cronica attesa impegnato in una lotta costante contro i propri sentimenti ostili e aggressivi (Alexander) e le proprie inibizioni.

Misurando la PA prima e dopo sedute di terapia di sostegno, Alexander ha constatato che nella stragrande maggioranza dei casi la tensione diminuiva quando il soggetto ne era sollevato e aumentava in presenza di resistenze.

Quando si manifesta l’ipertensione?

dichiarare paceLo stress fisico promuoverebbe una risposta adrenalinica con modificazioni del tracciato ECG (tachicardia, extrasistoli ventricolari, alterazioni dell’ST) e aumento della glicemia, non però della lipidemia.
Al contrario le aggressioni e le situazioni generatrici di reazioni attive provocherebbero una risposta noradrenalinica la quale determina una mobilitazione dei lipidi a partire dai tessuti adiposi.
In tal modo verrebbe a fornire una base alle teorie che fanno derivare l’arteriosclerosi e l’ipertensione dai comportamenti di aggressività, costrizione e competizione che caratterizzano il nostro modo di vivere.

L’aggressività più che l’ansia sembra provocare la massima liberazione di noradrenalina e di conseguenza essere lo stato d’animo maggiormente suscettibile di scatenare l’ipertensione.

Personalità dell’iperteso

L’iperteso è caratterizzato da una fortissima inibizione a soddisfare l’una o l’altra delle sue più cospicue tendenze: è incapace di esprimere i propri desideri aggressivi di indipendenza, ma in pari tempo anche di soddisfare i propri bisogni di dipendenza passiva.
Poichè si sentono vulnerabili, gli ipertesi cercherebbero di evitare i conflitti aggressivi rifiutandosi di prenderne atto: in una situazione sperimentale a un gruppo di normotesi e a un gruppo di ipertesi è stata proiettata una pellicola in cui si vedevano due medici, uno gradevole e uno sgradevole, ed è stato il gruppo degli ipertesi quello che meno ha notato la differenza.


Il paziente con ogni evidenza rischia di trasferire i propri sentimenti ostili sul medico, nei confronti del quale nutre la convinzione di doversi difendere, ma non esprime tali sentimenti, bensì li reprime, li nega, rivolgendo contro se stesso tale aggressività; o non si reca alla visita per la quale ha preso appuntamento, oppure la sua tensione aumenta ed egli somatizza ulteriormente la sua aggressività.

essere nella relazionePer combattere questo pericolo, il medico deve riconoscere e interpretare le difficoltà relazionali derivanti dal fatto che egli impone al paziente un certo stile di vita e la regolare assunzione di farmaci.
Wollf rileva che lo sforzo è parte integrante della vita della personalità in questione; nè mancano gli autori che parlano di una reazione di Sisifo e a tale proposito varrà la pena ricordare l’idea di Camus per cui la pietra con la quale Sisifo compi la sua fatica inutile è la “sua” pietra. E’ lecito immaginare Sisifo felice: è dunque necessario che il medico comprenda che l’efficienza può costituire per questo tipo di persone l’unico piacere.
Una ricerca canadese ha comprovato che tra gli ipertesi è particolarmente elevata la percentuale di persone che non prendono regolarmente i farmaci prescritti: laddove invece si permetta loro di controllare da soli la propria pressione in modo che non abbiano la sensazione di farlo perché sottomessi al medico, si adeguano più facilmente agli obblighi relativi.
Nella pratica medica la presa in considerazione dei mutamenti del rapporto medico-malato e la efficacia di una terapia farmacologica vanno di pari passo.

Trattamento: Oltre al rapporto medico-paziente e alla terapia farmacologica.

Bisogna prendere in considerazione altre misure come il rilassamento che può contribuire a diminuire la tensione muscolare isometrica che a sua volta comporta un aumento sostenuto della pressione arteriosa.
Clinicamente è stato osservato che alcune sedute di ipnosi prolungate provocano riduzione dell’ansia e attenuazione della risonanza corporea degli affetti.
Deabler e coll (1973) hanno condotto uno studio comparativo circa l’influenza dell’ipnosi e del semplice rilassamento su due gruppi di ipertesi:l’abbassarsi della pressione arteriosa sistolica e diastolica è risultato più importante nel gruppo trattato con l’ipnosi che in quello sottoposto a semplice rilassamento. E’ possibile utilizzare la visualizzazione delle arterie e il fatto che la loro rigidità e contrazione provocano un aumento della pressione del sangue. Successivamente vengono visualizzate le arterie mentre vanno ammorbidendosi e divenendo più elastiche consentendo in tal modo una riduzione della pressione del sangue che scorre all’interno.

Si conferma l’importanza nell’ipertensione dell’apprendimento delle tecniche di autoipnosi o di una tecnica simile per i pazienti che non desiderano la somministrazione di farmaci.
Allo scopo di aiutare ad esprimere l’aggressività che reprime, si può fargli assumere coscienza dei suoi sentimenti insegnandogli a manifestarli (assertive training).
Bisognerà anche indicargli come fare per evitare le situazioni che scatenano in lui una reazione aggressiva
ed eventualmente cercare di modificare per quanto possibile l’ambiente per diminuirne la frequenza.

© Luisa Merati 2014

Destinazione Mindfulness:

56 giorni per la felicità

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