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Nurturing touch: curare con il contatto

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle. Paul Valery

nurturing touchTutto ha avuto inizio nel 1964 quando mia mamma è morta di cancro a cinquantasette anni soffrendo atrocemente perché allora non esistevano le cure palliative. Io ero la sua unica caregiver e mi ero da poco tempo trasferita a Roma, una città mi era sconosciuta e quindi nemica. La nostra solitudine aggiungeva sofferenza alla sofferenza.

E’ stato allora, subito dopo la sua morte, che ho preso un impegno con me stessa: se un giorno potrò farò qualcosa affinché almeno qualcuno non viva un dramma così terribile in solitudine.

Dall’esperienza personale all’ospedale

Ho potuto materializzare quel lontano impegno solo nel 1980, quando sono entrata nel volontariato dell’Istituto Regina Elena per lo Studio e la Cura dei Tumori di Roma (oggi IFO). Sono stati 16 anni di formazione continua e di appassionata attività. Un ospedale oncologico è un mondo a parte nel quale si sperimenta tutta la gamma delle emozioni umane. La paura innanzitutto: una paura composita dove fattori fisici, affettivi, esistenziali ed economici si aggrovigliano in un unicum che al momento della diagnosi annienta il malato e tutti i suoi cari. Ma come contraltare c’è la speranza che soprattutto nei reparti di chirurgia è molto presente. Quando il chirurgo annuncia “il male non c’è più” l’istinto vitale riprende il sopravvento e si riaffaccia la progettualità . Nei reparti di medicina e nei day hospital si respirano accettazione e rassegnazione ma la speranza non molla, per fortuna!

L’incontro con Marie de Hennezel

nurturing touchGli anni di ospedale sono stati per me una grande scuola di vita e mi hanno fatto constatare ancora una volta quanto sia grande la solitudine del malato e dei suoi familiari quando si viene dimessi dalla struttura di cura.

E’ per questa constatazione, che confermava la mia precedente esperienza familiare, che nel 1996 ho fondato l’Associazione Progetto Città della Vita per il sostegno relazionale a domicilio dei malati gravi. Quale grande differenza con il volontariato ospedaliero dove tante persone sofferenti passano! A domicilio le relazioni sono molto più intense e durature, emotivamente coinvolgenti e talvolta anche avvolgenti. E’ stato proprio a domicilio che ho capito quanto la comunicazione attraverso il contatto corporeo possa andare ben oltre le parole. Sempre, e non solo quando le parole non sono più utilizzabili.

La mia fame di formazione mi ha portato in seguito a frequentare un workshop di aptonomia tenuto da Marie de Hennezel e da allora l’approccio psico-corporeo è diventato privilegiato nella relazione sia con il malato che con i suoi familiari.

L’incontro con il Nurturing Touch

nurturing touch: un contatto che curaDal 2002 la mia Associazione presta servizio di volontariato in un hospice romano e questa nuova esperienza ha influito in modo determinante sul mio rapporto con la mia vita e con la mia morte. Quanto mi hanno insegnato i morenti e quanto devo alla terapeuta neozelandese Peggy Dawson che mi ha trasmesso tutta la sua scienza e conoscenza del Nurturing Touch (il tocco che nutre): una particolare “filosofia di massaggio” che trova la sua radice nel massaggio per il neonato prematuro. Le sue caratteristiche sono infatti la delicatezza del tocco, la lentezza del movimento, la purezza dell’intenzione e la pulizia interiore dell’operatore. Qualità preziose per accogliere il nascituro nella sua fragilità e per dare sollievo all’essere umano che si avvicina al limite della sua vita.

Il tocco che lenisce e consola

Io e Peggy abbiamo collaborato per sei anni ed eravamo diventate due anime in un nocciolo per quanto riguarda la sensibilità e la comprensione del malato e della sua malattia. Se prima “toccavo” per istinto ed esperienza sul campo, poi ho potuto “toccare” con consapevolezza. La consapevolezza che nel contatto/massaggio l’energia vitale fluisce, attraversa, lenisce, conforta, consola, accoglie l’altro facendolo sentire “persona malata ” e non solo “malato”.

Non posso non ricordare una giovane donna di 39 anni che nonostante l’infusione di morfina piangeva per il dolore e che con un lieve, lento e dolcissimo massaggio sulle “creste iliache che bruciavano” si è addormentata. O anche la matura professoressa di matematica chiusa in una corazza di pudore e riservatezza che in punto di morte le impediva di comunicare tutto il suo amore al figlio che stava lasciando per sempre. Lo amava tantissimo ma non era mai stata capace di dirglielo e se ne faceva una colpa. Massaggiando i suoi piedi, carezzandola e mettendomi in gioco con la mia esperienza di madre, piano piano sono riuscita a superare le barriere del suo isolamento affettivo e tre giorni prima di morire mi ha detto “grazie Marinella perché finalmente ho detto a mio figlio quanto lo ama e ho saputo quanto lui ama me”.

Quante volte un contatto tenero mi ha permesso di aiutare i familiari dei morenti ad accompagnare i loro cari ad “attraversare il ponte”. Le mani nella posizione del pollice bloccato, – seduti comodi in modo di non trasmettere tensione ma rilassamento – consentono di facilitare il “passaggio” di chi ha raggiunto il suo traguardo terreno e di avere poi il conforto di averlo saputo fare.

E’ difficile in certi ambienti parlare di energia e di lavoro sul corpo perché si rischia di essere fraintesi ma i tempi stanno maturando e trovo sempre più spesso apertura e accoglienza verso queste modalità di “care” che tanto possono migliorare la qualità della vita di chi soffre.

L’inizio e la fine si incontrano

I miei 35 anni di volontariato sono stati un “dono” per me e a distanza di tempo sono riuscita anche a trovare un “senso” nella morte così sofferta di mia mamma.

La malattia oncologica oggi non è più sinonimo di morte certa, si ottengono lunghe remissioni e anche molte guarigioni (restitutio ad integrum) come amo dire a chi riceve una diagnosi di cancro, ma fa ancora tanta paura. E’ importante parlarne, condividere, comunicare e offrire tutto l’appoggio e il sostegno possibili a chi si trova a doverla fronteggiare perché la solitudine è una malattia nella malattia e non è giusto che le aggiunga altra sofferenza.

©Marinella Cellai 2015

Associazione di volontariato Progetto Città della Vita per l’assistenza relazionale a domicilio dei malati gravi e in hospice: via Conte Verde 15, 00185 Roma.
Tel.06-4452821 cell. 3337114648, email balmari@tiscali.it

Destinazione Mindfulness:

56 giorni per la felicità

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