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Mindfulness e disturbi del comportamento alimentare

In un precedente articolo sulla cura della Bulimia Nervosa e dei Beinge Eating Disorders sono stati esposti i protocolli di cura che propongono l’apprendimento di abilità nucleari di  mindfulness e di regolazione emotiva, essendo la disregolazione delle emozioni alla base di questi disturbi. Questi protocolli possono essere proposti in setting individuali e di gruppo, ed inseriti nei programmi di intervento multidisciplinari già strutturati (Debra L.Safren, Christiy F.Telch e Eunice Y.Chen). Questo modello di trattamento prevede l’apprendimento di Skills, abilità di base di mindfulness necessarie da acquisire per utilizzare in modo funzionale le altre abilità apprese nel corso del trattamento: abilità di regolazione emotiva e abilità di tolleranza della sofferenza mentale. Le abilità di mindfulness consentono ai pazienti di sperimentare che le emozioni hanno un inizio e una fine, hanno dimora nel corpo e lì possono essere gestite con abilità apprese, piuttosto che produrre reazioni disfunzionali.

Il programma di cura

Il programma prevede un incontro iniziale per la conoscenza dei partecipanti e per dare loro informazioni circa il metodo di apprendimento delle abilità e la pratica della meditazione. E’ molto importante, infatti, valutare e sostenere la motivazione di ciascun partecipante poiché la pratica può essere vista come un grave sforzo da compiere piuttosto che come il piacere di dedicare tempo a se stessi. Motivare le persone alla pratica è spesso una vera sfida. Molte delle persone affette da disturbi del comportamento alimentare sono infatti incapaci di frequentare delle terapie di gruppo senza l’incoraggiamento di uno psicoterapeuta. La motivazione e la reale convinzione del conduttore permettono ai partecipanti di acquisire la fiducia necessaria per intraprendere questo percorso di cura. Gli incontri successivi (venti incontri di due ore a cadenza settimanale) sono orientati all’apprendimento delle abilità di regolazione delle emozioni, di tolleranza al dolore/angoscia e di pratica della Mindfull Eating.Il panorama di riferimento è la DBT standard, secondo cui la regolazione emotiva adattiva richiede l’abilità di denominare , di monitorare e di codificare le reazioni emotive, compresa l’abilità di accettare e tollerare le esperienze emotive quando queste non possono, a breve termine, essere modificate (Linehan, 2006).

I vantaggi del gruppo monosintomatico

mindfulnessIl gruppo per il chi soffre di un disturbo di BN e BED diviene il luogo di confronto nel quale poter condividere i vissuti relativi alla sintomatologia e alle pratiche alimentari disturbate, riducendo il peso della vergogna e il senso di colpa. Nel gruppo agiscono varie funzioni terapeutiche aspecifiche come il sostegno emozionale, il rinforzo dell’autostima e l’empatia, e funzioni terapeutiche specifiche, proprie e sole del gruppo, come il rispecchiamento e la risonanza. Il gruppo consente inoltre una economia di risorse e di energie che risultano di sostegno e di motivazione sia ai partecipanti che ai conduttori. Il gruppo omogeneo monosintomatico favorisce quei processi che la psicoterapia individuale fatica ad attivare o che attiva solo dopo molto tempo,  facilitando la comunicazione e la messa in comune di problemi simili fra simili.  Mi riferisco alle difficoltà dei pazienti di accedere al mondo dei loro vissuti e all’espressione delle loro emozioni, che in un contesto di condivisione trovano un luogo più idoneo all’ascolto. La monosintomaticità favorisce inoltre sia la coesione sia la certezza di essere accettate e comprese e il superamento della vergogna di sé e dei propri comportamenti patologici, emozione che può contribuire al mantenimento della patologia alimentare. Stare in un gruppo per queste pazienti significa inoltre affrontare il problema del ritiro sociale proprio sul “campo”, vantaggio questo evidente rispetto alla psicoterapia individuale. Si lavora qui sul piano dell’identità e del confronto con la realtà ma in un contesto gruppale di partenza in cui potersi rispecchiare fin da subito, limite questo della terapia individuale e causa spesso di improvvisi drop-out per questo tipo di pazienti.

Rispecchiamento ed emozioni

Il rispecchiamento nel gruppo permette alle pazienti di vivere una esperienza riparatoria del mal riuscito rispecchiamento con il care-giver nell’infanzia, di dare un nome alle emozioni che sentono e trovare nuovi strumenti condivisi per gestirle senza che queste sfocino in un’abbuffata. Il discontrollo emotivo e il discontrollo alimentare viaggiano su due binari paralleli nelle Bulimie e nei Binge Eating Disorders, e sono accumunati da un “vuoto senza nome” che provoca ansia e angoscia, da riempire con il cibo e l’abbuffata il più in fretta possibile. Il gruppo, la psicoterapia di gruppo ed il lavoro sulle abilità di Mindfulness diventano gli strumenti per rinunciare alle abbuffate mediante l’acquisizione di nuove capacità nella gestione delle emozioni dolorose tramite una graduale sperimentazione di nuove strategie ed una riscoperta di sé.

Mindfulness e condivisione: coltivare il momento presente

La mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti  meno gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole all’ esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa. Il gruppo sostiene il singolo nei momenti difficili, serve all’autodisciplina, facilita l’apprendimento, incoraggia ad andare avanti nelle situazioni difficili. Vedere che anche gli altri vivono le difficoltà e le affrontano in ogni istante, osservare il modo in cui ogni partecipante apprende ed esercita le abilità acquisite,  può servire da ispirazione e modello. Tra i membri del gruppo ci saranno inoltre persone che traggono velocemente profitto dalla meditazione: questo diventerà una fonte di energia e di conforto per gli altri.  E’ possibile così rilassarsi nella saggezza collettiva e lasciarsi andare alle intuizioni del gruppo, che ha occhi, mani e cuore…..molto più grandi di quelli dei singoli partecipanti.

“Sangha è una parola in sanscrito che significa “comunità spirituale” e si riferisce ad uno dei tre pilastri dell’insegnamento e della filosofia buddista. Infatti, è auspicabile per coloro che meditano poterlo fare anche all’interno di un gruppo. Come dice Thich Nhat Hanh, “Se non lo abbiamo, dovremmo impiegare il nostro tempo e la nostra energia per crearne uno” (1994). 

a cura di Silvana Nozzolillo

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