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Lo stress

QUANDO UNA PAROLA entra a far parte del linguaggio comune rischia di perdere il suo significato originario. È quello che è successo con stress. Se ne parla spesso, anche senza sapere cosa sia esattamente, quale è il suo ruolo o le ragioni per temerlo.

L’AMBIGUITÀ DELLO STRESS

Bruce McEwen lo definisce come una reazione fisiologica indispensabile per sopravvivere ad una sfida esterna.
«È vero – dice Mc Ewan nell’intervista apparsa sulla Rivista della PNEI 6 numero 1 settembre-ottobre 2007 – il termine stress è piuttosto ambiguo, tanto che preferisco parlare in modo più neutrale di sfide, delle sfide che ci troviamo quotidianamente ad affrontare», esordisce. «Il nostro organismo è disegnato per permetterci di rispondere a queste sfide, alle cose che ci succedono e ai cambiamenti di ambiente, recuperando un equilibrio attraverso il processo che ho definito “allostasi”, cioè stabilità mantenuta mediante il cambiamento». L’organismo reagisce rilasciando mediatori chimici che ci aiutano a rispondere alle sollecitazioni, ad esempio catecolamine come l’adrenalina o la noradrenalina che aumentano la pressione sanguigna e il battito cardiaco oppure che potenziano il sistema immunitario per accelerare la guarigione di eventuali ferite. «Il problema – precisa McEwen – si verifica quando questo meccanismo fisiologico di risposta entra in una condizione di sovraccarico, per eccesso di stress, o per un’insufficiente gestione dell’allostasi, in altri termini per incapacità di ridurre la tensione quando necessario». È a questo punto che si parla di “sovraccarico allostatico”, l’altro concetto introdotto dal neuroendocrinologo americano, «che si traduce in uno stato di frustrazione o ansia perenne e in un aumento costante degli stessi mediatori chimici, che finiscono con il logorare il sistema cardiovascolare».
In realtà anche il sovraccarico allostatico può avere un suo ruolo per la conservazione della specie: «pensiamo allo stress vissuto dai salmoni o a altri animali che muoiono dopo l’accoppiamento». Per gli umani però è prima di tutto un fattore di rischio in cui elementi biologici e psicologici giocano un ruolo importante.

IL TOPO CALIFORNIANO E IL TOPO NEWYORKESE, DUE MODELLI DI ADATTAMENTO

Insomma, pur senza dimenticare il peso dei fattori genetici, la nostra esperienza di vita ha un ruolo fondamentale nel determinare le reazioni alle sollecitazioni esterne: «La buona notizia è che oggi sappiamo che cervello e corpo sono adattabili e che possiamo fare molto per migliorare la situazione. Anche se le esperienze negative nei primi anni di vita, come i disagi socioeconomici o, peggio, l’aver subito abusi, hanno un peso notevole». Per spiegarsi McEwen ha immaginato un curioso parallelo tra topi “newyorkesi” e topi “californiani”: «Sappiamo dagli studi sui ratti di Michael Meaney che gli animali avvicinati alla madre per dieci minuti al giorno nelle prime settimane di vita hanno un carattere calmo e rilassato, aperti alle novità: “californiano”, insomma. Quando sono riavvicinati alle loro madri infatti ottengono un sovrappiù di coccole. Ma c’è di più: maggiori sono le attenzioni ricevute da piccolo e più l’animale, da adulto, sarà sereno e curioso», spiega. Invece, Martha Mc Clintock dell’Università di Chicago ha selezionato altri ratti, geneticamente identici ai primi, ma diffidenti, pronti a reagire di fronte alle novità, in puro stile “newyorkese”. «Confrontando i due gruppi si è visto che i ratti californiani vivono il 20% in più, si ammalano meno di tumore e mantengono più a lungo l’integrità delle proprie funzioni cognitive».

Per gli umani in sovraccarico da stress, il rischio è anche quello di cadere vittime di una spirale perversa: «Tanto per cominciare, quando siamo sotto stress tendiamo a dormire meno; sappiamo che una drastica riduzione del sonno aumenta la pressione sanguigna, nonché i livelli serali di cortisolo, insulina e delle citochine proinfiammatorie. Aumenta l’appetito e si riducono le capacità cognitive» spiega lo scienziato. Chi vive sotto stress inoltre tende a mangiare cibi meno sani, fumare, bere troppo, ridurre l’attività fisica e le occasioni di socialità: «tutti elementi che appesantiscono, a loro volta, il sovraccarico allostatico».
Più che indicazioni scientifiche sembrerebbe trattarsi di semplice buon senso. «E in qualche modo è così…», ammette McEwen, «quando si tratta della propria salute, i medici sanno benissimo cosa fare, ma fanno ancora fatica a considerare questo tipo di indicazioni parte integrante della terapia. Per l’influenza delle aziende farmaceutiche, ma anche perchè siamo abituati a ragionare in termini di soluzioni farmacologiche». Certo ci sono farmaci efficaci per ridurre lo stress ossidativo o l’infiammazione, bloccare la sintesi o l’assorbimento del colesterolo o trattare la resistenza insulinica. «Resta il fatto che tutti hanno delle controindicazioni e dei limiti dovuti all’interazione tra i diversi sistemi», spiega McEwen. «La gestione dello stress è una faccenda complessa, che comunque richiede modifiche dello stile di vita, che molte persone non sono pronte a fare». Una riflessione che avvicina il mondo della ricerca all’approccio olistico delle medicine tradizionali. «In cui ci sono molte cose interessanti da riscoprire: un dialogo più stretto tra scienza e medicine tradizionali non può che essere vantaggioso», osserva McEwen.

LE RELAZIONI MENTE CORPO

Studi come quelli di McEwen portano inevitabilmente alle relazioni mente-corpo.
«Tendiamo a ragionare in termini dualistici, a creare una separazione fittizia tra mente e corpo, tra cui esiste invece una corrispondenza biunivoca. Per fare un esempio, il sistema immunitario risponde, almeno in parte, al sistema nervoso centrale e, al tempo stesso, produce ormoni, citochine e chemochine, che a loro volta influenzano l’attività cerebrale, facendoci sentire fiacchi e sonnolenti quando siamo malati». Studi recenti mostrano che anche una ridotta autostima può tradursi in un accumulo di ormoni dello stress. «Sappiamo che chi deve sottoporsi ad un compito stressante – come parlare in pubblico – subisce un aumento dei livelli di cortisolo. Chi gode di buona autostima è però in grado di ridurre la propria reazione dopo una prima esperienza, mentre chi non ha fiducia nelle proprie capacità rischia un sovraccarico allostatico». Non è possibile insomma separare quello che avviene nel nostro cervello dal metabolismo o dall’attività del sistema immunitario, «tanto che anche i medici cominciano a parlare di co-morbilità». Così tra i fattori che contribuiscono ad arginare il sovraccarico allostatico non ci sono solo dieta, sonno, esercizio fisico, ma anche l’atteggiamento ottimista e pessimista nei confronti dell’esistenza, la gestione del tempo libero e le relazioni sociali.

NEUROENDOCRINOLOGIA DELLO STRESS: ALTERAZIONI CEREBRALI E METABOLICHE

La percezione di eventi e situazioni stressanti è individuale, nel senso che dipende dalla nostra storia genetica, dalle esperienze fatte e dai comportamenti messi in atto. Quando il cervello percepisce un evento stressante attiva una risposta fisiologica e comportamentale che può condurre a un adattamento più o meno soddisfacente. Il carico che ne può derivare, chiamato da B. McEwen “allostatico”, può accumularsi nel tempo e produrre malattia.
In particolare lo stress agisce sulla corteccia pre-frontale, che ha un ruolo fondamentale nella memoria, nei processi decisionali e in altre funzioni. «Abbiamo visto anche che le persone che hanno livelli più alti di ormoni dello stress hanno una riduzione del 14% circa delle dimensioni dell’ippocampo, un’area del cervello fondamentale per l’apprendimento e la memoria. Queste persone manifestano anche sintomi comparabili al Mild Cognitive Impairment (lieve deficit cognitivo), oggi riconosciuto come un fattore predittivo del rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer», spiega. Gli stessi soggetti mostrano inoltre un’alterazione nel metabolismo del glucosio, che quindi sembrerebbe avere un impatto nel cervello oltre che nel resto dell’organismo. Ancora più interessanti gli effetti sull’amigdala, un’area del cervello che agisce in risposta ad eventi stressanti di varia natura: è dimostrato che l’amigdala aumenta di volume sotto stress. «Sappiamo che gli animali sottoposti a stress ripetuti diventano più ansiosi, più aggressivi e al tempo stesso, a causa del ridimensionamento dell’ippocampo, sono meno in grado di elaborare informazioni. Tutto ciò contribuisce ad aumentare l’ansia», spiega McEwen. «Si tratta, in gran parte, di studi su animali, ma le indagini fatte con tecniche di imaging funzionale su persone sottoposte a compiti stressanti, come contare alla rovescia, mostrano che ci sono alterazioni durature nell’attività neuronale. Si è visto poi che chi soffre di depressione ricorrente mostra alterazioni di determinate aree cerebrali quali l’ippocampo, l’amigdala e la corteccia prefrontale».

I MARKER DEL SOVRACCARICO

I primi studi di misurazione di quello che gli scienziati di lingua inglese chiamano wear and tear, che potremmo tradurre come “logoramento” dell’organismo, si sono basati su 10 marker: pressione sistolica (massima), pressione diastolica (minima), cortisolo urinario, noradrenalina urinaria, adrenalina urinaria, dhea-s (deidroepiandrosterone solfato) nel siero, emoglobina glicosilata, colesterolo Hdl, rapporto tra il colesterolo totale e Hdl, rapporto tra la circonferenza della vita e quella dei fianchi. Recentemente invece, uno studio, pubblicato su Pnas (Gruenewald, T. e al., Combinations of bio-markers predictive of later life mortality, Pnas 2006; 103: 14158- 14163) ha utilizzato 13 marker. Tutti i precedenti meno il rapporto vita-fianchi e in più i marker dell’infiammazione: Pcr, interleuchi- na-6, fibrinogeno, albumina.
Da questi studi emergono delle “vie” di alto rischio. In generale avere alti livelli dei marker dello stress combinati con quelli dell’infiammazione porta ad una situazione di alto rischio (soprattutto per il cuore, ma non solo); sbocco che è attenuato e corretto, per esempio, da livelli alti di Hdl,il colesterolo buono. Ma si può avere l’Hdlbasso (quindi non protettivo) senza essere ad alto rischio: basta avere sotto controllo lo stress.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
McEwen, B., «Protective and damaging effects of stress mediators», New England Journal of Medicine 1998; 338: 171-179. La prima autorevole descrizione del carico allostatico McEwen, B., Handbook of physiology. Coping with environment: neural and endocrine mechanisms, vol. IV, sec. VII , Oxford University Press, Oxford 2001. Un testo tecnico che fa parte della famosa serie del Manuale di Fisiologia che dal 1987 viene pubblicato dalla Società americana di fisiologia. Decisamente importante per chi ha interessi di ricerca.
McEwen,B., The end of stress as we know it, DanaPress,WashingtonD.C.,2002. Si tratta di un libro divulgativo molto bello, dove lo scienziato illustra la sua visione della biologia dello stress.

© Nicoletta Cinotti 2014

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