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La vergogna nei disturbi del comportamento alimentare

La vergogna è una delle emozioni più presenti, assieme alla colpa, nel vissuto di pazienti con disturbi alimentari, che spostano sul corpo il profondo disagio psicologico che vivono per la loro inadeguatezza ed il loro sentirsi sbagliate. “Voglio sparire……perché tutti mi guardano….?”. “Guardate la mia sofferenza…che almeno si veda questa”. Richieste contraddittorie da parte di chi soffre di anoressia, di chi si vergogna di non avere un’identità degna di essere vista e può mostrarsi soltanto attraverso un corpo esile ed emaciato. “Non guardatemi….vi prego…..sono brutta e goffa”…. “Non mi guarda nessuno…come se non esistessi”. Richieste contraddittorie per chi soffre di Bulimia o NAS, e si vergogna di non aver nulla da mostrare, né un’identità né la agognata e desiderata magrezza…..solo il fallimento di Sé, per non essere riuscita a controllare neanche  il proprio corpo.

Vergogna: attivatore e sostegno del disturbo 

In un precedente articolo di Nicoletta Cinotti su “Il corpo e la vergogna” sono stati approfonditi gli schemi corporei ed i blocchi energetici nel sentimento di vergogna, evidenziando quanto questo sentimento sia profondamente psicofisico e “radicato nei vari distretti corporei”. Questi meccanismi, nei disturbi alimentari, sono contemporaneamente fattori di attivazione e sostegno del disturbo stesso, ed agiscono in maniera profonda sulla distorsione dell’ immagine corporea e sulla relazione tra Sé e l’Altro da Sé, intrappolando chi ne soffre in una gabbia fatta di sguardi e percezioni impossibili da sostenere. Anoressia, Bulimia, NAS, non importa la diagnosi clinica ed il tipo di disturbo, il tema di fondo è lo stesso: una profonda alternanza tra il desiderio di essere visti, la vergogna di essere guardati, il desiderio di scomparire, in un circolo vizioso che nutre il disturbo ed i meccanismi che lo sostengono.

Il paradosso dello sguardo

“L’ho fatto! L’ho fatto! Ho tolto il lenzuolo dall’armadio e mi sono guardato allo specchio! Avevo deciso che era ora…..ho stretto i pugni, ho preso un gran respiro, ho aperto gli occhi e mi sono guardato. MI SONO GUARDATO!……..non ero davvero io quello lì dentro. Era il mio corpo ma non ero io.” (D. Pennac “Storia di un corpo”). Frasi sentite mille volte nei colloqui con giovani che soffrono di disturbi alimentari. Un dramma quello dello sguardo, un dramma che accompagna queste ragazze nella loro ricerca di un’identità degna di essere mostrata, lontana dalla percezione di Sé e dal sentire perchè proiettata verso ideali troppo elevati per essere raggiunti.

La vulnerabilità narcisistica

Nel nuovissimo “Manuale di Analisi Bioenergetica” (a cura di Vita Heinrich-Clauer, 2013)  troviamo un capitolo sul percorso terapeutico “attraverso i territori della vergogna” di Philip M. Helfer, utilissimo contributo per approfondire l’esplorazione su questo affetto così difficile da trattare in terapia. L’autore fa riferimento a sentimenti relativi al fallimento, alla bassa autostima, alle ferite narcisistiche derivate dal crollo di ideali mai raggiunti, al rispetto di Sé come sentimento corporeo. Temi cari a Lowen, che se pur non parla in modo esplicito di vergogna, tratta della “saggezza del fallimento” e della “caduta degli ideali narcisistici” in molti suoi testi. Temi centrali per generare il sentimento di vergogna, considerato da Morrison (1989) come un fenomeno intrapsichico oltre che interpersonale. In particolare in quei pazienti (le nostre pazienti vi corrispondono perfettamente) “narcisisticamente vulnerabili”, per i quali la sensazione di vergogna si basa “su una visione intrapsichica del Sé come fondamentalmente imperfetto e difettoso”.

Civiltà della vergogna

Questi temi sono terribilmente attuali e diffusi, presenti e pressanti  per la generazione di adolescenti, che nel disturbo alimentare  cercano una soluzione per reggere al dolore della totale assenza di rispetto di Sé. “Rispetto di Sé significa essere in contatto con i propri sentimenti e con i propri stati corporei permettendosi di lasciarsi guidare da essi” ci ricorda Morrison. Nella nostra società assistiamo ad una nuova civiltà della vergogna dove giovani eroi, le nostre adolescenti, rischiano la vita come gli eroi greci per difendere un’immagine di Sé che risponda alle richieste utopiche di una società alla ricerca della perfezione, e mai come in questi anni difficili così lontana dal sentire e dalle emozioni.

Dal guardare al sentire il proprio corpo: imparare a giocare con le sensazioni

“Figliolo, non sei matto, giochi con le sensazioni, come tutti i ragazzini della tua età. Le interroghi. E non smetterai mai di farlo. Anche da adulto. Anche quando sarai molto vecchio. Tieni bene a mente una cosa: per tutta la vita dobbiamo sforzarci di credere ai nostri sensi!” (D. Pennac)

images (1)Queste pazienti non hanno potuto, nella loro storia, giocare con le sensazioni. Hanno così costruito un’immagine ideale di Sé grandiosa, sconnessa dalla realtà del corpo. La terapia è il luogo dove è possibile ridimensionare queste richieste dell’ideale dell’Io e ridurre gli aspetti proiettivi che si sono potenziati nel tempo (il dentro è fuori, il fuori è un dramma); il luogo in cui permettere loro di giocare con le sensazioni. Stare dentro il proprio corpo, ascoltare le sensazioni e le emozioni in esso intrappolate, tradurle in stati mentali e giocarle nella relazione terapeutica prima, e nelle altre relazioni poi. Il lavoro terapeutico corporeo è un’autostrada verso la scoperta e l’esplorazione di Sé e della propria identità sana. Morrison, afferma che “Se l’antidoto per la colpa è il perdono, quello per la vergogna è l’accettazione di Sé nonostante le debolezze, i difetti, i fallimenti” (1989).

Un balsamo per la cura

“L’atteggiamento di accettazione del terapeuta si colloca nel più ampio contesto del rispetto per la condizione, i sentimenti e la realtà del corpo così come questo è nel momento presente” (ibidem). Uno sguardo sano per una giovane in crescita può valere i mille sguardi distorti ed alterati di tutto il mondo interno e intorno a Sé. Lo sguardo del terapeuta, la possibilità di guardare ed essere guardate da un valido sostituto genitoriale è il primo passo da compiere in terapia, un’esperienza riparatoria necessaria per creare profonda intimità nella relazione terapeutica. La possibilità di “offrirsi” allo sguardo dell’altro senza essere più vittima di aspettative irraggiungibili consente di attivare quel processo di connessione e sintonia indispensabile per recuperare il proprio sguardo interiore senza più paura e vergogna ed intraprendere il viaggio verso la scoperta,  comprensione e accettazione di Sé.

a cura di Silvana Nozzolillo Foto di ©clicksnappy

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