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I farmaci nella psicoterapia

Come psicoterapeuta psicologa non posso prescrivere farmaci, posso “solo” lavorare con la psicoterapia. L’argomento però non mi è affatto estraneo. In parte perché molti dei miei pazienti arrivano alla psicoterapia con il desiderio di sospendere l’uso dei farmaci o con l’obiettivo di evitare l’inizio di un trattamento farmacologico.

Così mi trovo spesso, mio malgrado, coinvolta in una battaglia personale – quella del paziente – pro o contro lo psichiatra che lo segue. in questa battaglia cerco di trovare una posizione autentica e sincera. Questo è il mio lavoro nel lavoro.

Personalmente mi occupo in particolare di depressione e di disturbi bipolari – e anche se vi sembrerà strano – trovo questi problemi emotivi i più interessanti in assoluto. La depressione è uno dei disturbi che si trova, trasversalmente presente in tutta la storia dell’umanità. Alcuni autori ipotizzano che la sua persistenza sia connessa alla migliore capacità di speculazione che si trova nelle depressioni nella fase di remissione. Altri sostengono che è la difficoltà ad elaborare le inevitabili perdite della vita che la rendono così diffusa.

Ma la migliore lezione sulla depressione e sui disturbi dell’umore la devo ad una paziente bipolare, di straordinaria intelligenza che, attraverso un grafico, mi ha insegnato cosa vuol dire passare dalla magia della fase espansiva alla piattezza della depressione successiva.

Così, solo per spiegare in pratica che cosa possono significare i farmaci in questi due tipi di disturbi vorrei raccontare brevemente due casi clinici.

Marco e la follia dell’informatica

i farmaci nella psicoterapiaMarco è un informatico che si occupa di programmazione. Lavora moltissimo, preferibilmente di notte, e la sua competenza e intelligenza nella scrittura dei codici di programmazione lo hanno reso famoso in giovanissima età, rendendolo capace di produrre programmi complessi in tempi record.

Dopo cinque anni di lavoro intensissimo – fatto di 15 ore al giorno o meglio tra notte e giorno – Marco ha avuto una crisi psicotica. Il ricovero è stato evitato grazie al tempestivo intervento della famiglia e grazie alla sua disponibilità a seguire un trattamento farmacologico importante. E’ arrivato in psicoterapia dopo due anni dal primo episodio psicotico con una richiesta semplice ed essenziale “Non posso vivere così”. Voleva dire, non posso vivere con la piattezza che il trattamento farmacologico mi dà. Si sentiva incapace di usare la sua intelligenza informatica, appiattito in tutte le relazioni umane e pieno di vergogna e impaccio ogni volta che si trovava in un contesto “normale”, ossia in una situazione di contatto reale e non virtuale, come di fronte ad un computer.

Lavorare in psicoterapia all’inizio era veramente difficile. L’idea che esistesse un “mondo interno” era per lui estranea. L’idea che ci fosse un significato emotivo dietro alle sue azioni, gli appariva incomprensibile. Come incomprensibile gli appariva la ragione della sua crisi psicotica, non riuscendo a mettere in relazione il superlavoro con il suo crollo emotivo, né la sua assenza di contatti affettivamente significativi con la fine del suo matrimonio.

Ricostruire una confidenza minima con le proprie emozioni è stato complesso e lunghissimo – dal suo punto di vista. Essendo abituato a soluzioni immediate e geniali il fatto che psicologicamente le cose non procedessero con la velocità che avrebbe voluto è stata davvero una grande frustrazione. Dopo tre anni siamo arrivati a stabilire una buona alleanza terapeutica e una migliore capacità di comprensione delle proprie emozioni. E quindi la domanda sui farmaci è tornata prepotentemente alla ribalta. Ero d’accordo con lui che la sua vita emotiva rischiava di essere appiattita dal trattamento farmacologico. Tutto si giocava tra uno stabilizzatore dell’umore e un farmaco antipsicotico: quale era la giusta proporzione?

Il protocollo mindfulness

Dopo una serie di consultazioni con lo psichiatra di riferimento abbiamo deciso di fare un passaggio. Marco avrebbe partecipato ad un protocollo mindfulness per acquisire migliore consapevolezza dei segnali che potevano indicare l’emergere della fase espansiva e, se avesse acquisito gli strumenti necessari, avremmo iniziato uno scalaggio dei farmaci per permettergli – come diceva lui – “di tornare a vivere”.

8358668341_21832db395_bFare il protocollo non è stato facile per lui :molta noia, molto torpore oppure una irrequietezza intollerabile come alternativa al torpore. La sua determinazione l’ha aiutato a proseguire e, finito il protocollo abbiamo iniziato il progressivo scalaggio dello stabilizzatore dell’umore accompagnato da una progressiva diminuzione del farmaco antipsicotico. Ogni scalaggio veniva intervallato da un periodo di pausa. All’inizio sembrava che non ci fossero differenze ma ben presto è iniziato ad emergere moltissimo materiale interessante per la psicoterapia. E’ stato un periodo creativo intenso e fortunato. Abbiamo lavorato come se fossimo un’anima sola e io sono ancora debitrice a Marco per la sua intelligenza e profondità.

Partire per la tangente

Time RestsAd un certo punto Marco si è accorto che “stava partendo per la tangente”, per usare le sue parole. Ossia si è accorto che stava entrando in fase espansiva: c’erano i sintomi classici dell’insonnia, del dimagrimento, dell’accelerazione, della proliferazione lavorativa e, insieme, avendo nuovi strumenti, la possibilità di riconoscere la modificazione percettiva. Tutto sembrava ricoperto da una patina magica. Le cose accadevano magicamente e tutto aveva dei significati straordinari che lo rendevano unico e speciale.

Quello è stato il nostro segnale di stop. In accordo con Marco la terapia è stata leggermente aumentata fino a rientrare dalla tangente.

Oggi Marco ha terminato la psicoterapia. Continua il trattamento farmacologico. Prima di terminare la psicoterapia ha voluto provare un’altra volta a modificare il dosaggio ma ben presto i sintomi sono riemersi. Sa che, quello con i farmaci, sarà un matrimonio che durerà tutta la vita. Non come il suo che si è infranto dietro alla disattenzione relazionale che accompagna la sua modalità relazionale, sia in fase espansiva che depressiva.

Non tollero il dolore

“Non tollero il dolore” è stata la prima frase che mi ha detto Maria, appena entrata in studio. Non tollerare il dolore era la ragione per cui lo psichiatra l’aveva inviata in psicoterapia. Maria aveva iniziato un trattamento per un disturbo ansioso depressivo ma ben presto aveva iniziato una automedicazione forsennata: appena qualcosa la faceva soffrire iniziava a prendere farmaci: antidolorifici, ansiolitici, antidepressivi in un lavoro da farmacista impazzito.

41496319_cd05d7f5ae_oEra stata una bambina amatissima, figlia unica di genitori anziani che l’avevano trattata come se fosse un oggetto da preservare da qualsiasi ingiuria. Maria aveva sviluppato una vera e propria fobia nei confronti di qualsiasi dolore, fisico o emotivo. Tormentava tutti per arrivare a stare bene e il suo standard di benessere era quasi irrealizzabile. Per questo aveva iniziato ad abusare di farmaci. Per questo lo psichiatra che la seguiva aveva deciso di inviarla in psicoterapia. Lo scopo era quello – in quel momento impensabile – di arrivare alla sospensione farmacologica.

Maria era un classico esempio di un trauma da ipercompensazione: non soffriva perché era stata deprivata. Soffriva perché le avevano dato troppo. Tutti. Iniziando dalla famiglia e finendo al marito.

Anche lei aveva una sua personale motivazione – nascosta a tutti – desiderava un figlio e sapeva che se non avesse interrotto l’abuso da farmaci sarebbe stato impensabile. Scoprire il suo progetto segreto è stata la chiave di volta. Pensava che non avrebbe potuto coltivare questo progetto se l’avesse detto. Tutti la consideravano troppo debole – fisicamente e emotivamente – per avere un figlio. Ma lei desiderava tantissimo un rapporto intimo e profondo in cui dare e non solo ricevere.

Volere un figlio

Francamente non so perché mi è venuto in mente di chiederle se voleva un figlio: sono quelle frasi che comprendi solo dopo averle dette. Quella però era la sua personale ragione per smettere l’abuso. Il lavoro corporeo mi ha permesso di riportarla ad una percezione più realistica delle sensazioni fisiche. Lo sviluppo di una migliore capacità di radicamento a terra le ha dato più fiducia nelle sue risorse. E insieme abbiamo trovato una frase chiave che ci aiutasse a lavorare: è una frase di un maestro buddista “E’ a causa della natura impermanente del dolore che possiamo trasformarlo. E’ a causa della natura impermanente della felicità che dobbiamo nutrirla”(Thich Nhat Hanh). Abbiamo così iniziato dalla gioia, dalla capacità di sentire un piacere naturale, non farmacologico, dalla possibilità di nutrire questo piacere con comportamenti salutari. Da qui è stato poi possibile imparare a tollerare il dolore senza pensare di andare a pezzi o di morire.

E’ stato un percorso lungo e lento. Mindfulness e bioenergetica sono stati sostegni ma la vera àncora è davvero stato il suo desiderio di maternità. Oggi Maria ha due figli. Ha sospeso l’abuso di farmaci. Medita ogni giorno – come dice lei – per “coltivare la felicità”. Lo psichiatra che la seguiva mi dice che “ho avuto fortuna”. Era un caso quasi impossibile. Io credo che Maria ha avuto coraggio e, soprattutto, che ha scelto di guarire.

© Nicoletta Cinotti 2014

Foto di Eglantine, Yakke, Peanuke, Paola Asnaghi, Nomm de photo

 

Destinazione Mindfulness:

56 giorni per la felicità

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